Cronaca di un viaggio nell’India del Nord di Arsenio Siani

Serie di racconti di Arsenio Siani

Delhi, 15/01/20

Il volo Roma – Delhi

Il volo Roma-Delhi promette il passaggio verso un altro mondo. Seduto nel mio sediolino, contemplo i volti intorno a me e vengo rapito dal fascino del mistero che nascondono quelle rughe, i visi scavati e vissuti degli indiani che occupano l’abitacolo.

Chissà quali storie nascondono quei viaggiatori provenienti da un altro mondo, cosa avrebbero da trasmettere quelle vicende e le esperienze così lontane dal comune sentire di noi occidentali.

 

La vastità del Mondo

C’è anche qualche europeo intorno a me , tuttavia la maggior parte dei viaggiatori sono hindu, tutti dallo sguardo fiero ed orgoglioso della loro diversità che li accomuna sotto la stessa bandiera.

Ci sono bramini, musulmani e Sikh, portatori di convinzioni e costumi che sopravvivono allo scorrere del tempo.

Mentre osservo non posso fare a meno di riflettere sulla vastità del nostro mondo. Ne parliamo al singolare senza riflettere sul fatto che in esso ne siano contenuti innumerevoli altri.

Condividiamo lo stesso cielo, respiriamo la stessa aria, talvolta calpestiamo la medesima terra, eppure le differenze sono talmente ampie da rappresentare un abisso forse incolmabile.

L’India, con i suoi conflitti etnici e le tensioni politiche e sociali che la contraddistinguono non è forse l’esempio più lampante di questa divergenza dell’anima che separa dal vicino e ce lo rende ostile? 

Guardo dal finestrino e osservo il paesaggio in basso, è già buio e il territorio sottostante è avvolto da un manto tenebroso ricoperto da una spruzzata di fiaccole luminose, rendendolo incredibilmente simile al cielo stellato sopra di noi.

Forse l’uomo, inconsciamente, con questa urbanizzazione esasperata, a  cui ha fatto seguito il bisogno di rafforzare la rete d’illuminazione, ha cercato inconsciamente di replicare in terra la magnificenza del cielo.

In fondo è sempre stato un suo desiderio quello di trovare un punto di congiunzione tra le due componenti, cielo e terra, che formano la nostra realtà. Ognuna di quelle fiammelle è “uno”, un mondo,  un Universo, unico ed irripetibile.

Però capita sovente che quell’ Universo sia ostile a quegli altri che lo circondano. Vado in India proprio per ritrovare quel nesso,  percepire quell’invisibile legame  che unisce ogni essere agli altri che ruotano intorno ad esso,  una ricerca che dura da una vita e che spero ridia nuovo slancio ed entusiasmo alla mia esistenza. 

 

L’arrivo a Delhi

Atterriamo a Delhi e subito vengo colpito da un senso di spaesamento che rende ancora più alieno l’ambiente che mi circonda. Dovrei essere giunto nella patria della spiritualità e invece mi ritrovo inglobato in una struttura anonima e sterile, un aeroporto uguale a tanti altri che ci sono nei vari paesi.

Ogni volta che metto piede su un nuovo suolo devo aspettare di varcare quella porta d’uscita del terminal per poter dire di essere realmente giunto a destinazione. 

Usciamo sul piazzale del parcheggio e io e Sere, la mia compagna, veniamo subito accalappiati da un uomo che dice di essere un tassista e che può portarci al nostro ostello. Contrattiamo per un prezzo di 300 rupie per fare circa quindici chilometri di corsa tuttavia appena giungiamo all’auto ci accorgiamo subito che c’è qualcosa che non va.

 

La truffa

Non ha il colore e le scritte tipiche dei taxi e infatti, dopo pochi minuti dall’inizio della corsa, capiamo subito di essere stati raggirati.

Il tizio si rivela infatti un furbacchione, invece di condurci al nostro ostello ci porta ad una sorta di ufficio turistico dopo averci mostrato che alcune strade sono sbarrate con delle transenne della Polizia. “Musulmani” dice, ” ci sono stati degli scontri in questi giorni e la città non è sicura.”

Ci invita ad entrare nella struttura dove veniamo accolti da un uomo dall’età indefinibile, pelato, con un orecchino e un sorriso beffardo costantemente stampato in faccia. “Dovete lasciare subito Delhi” dice, “è una città pericolosa.

Posso organizzarvi un tour nel Rajasthan con un minibus.” Per rafforzare la sua tesi sulla pericolosità della città ci mostra delle foto prese da internet che riprendono folle di persone intente a protestare.

Inoltre telefona al nostro ostello e ci fa parlare con quello che dice esserne il titolare, il quale ci invita a cancellare la prenotazione e a seguire il consiglio dell’uomo sul fatto di ripartire subito.

Restiamo più di un’ora nell’ufficio, vorremmo defilarci ma il tizio non molla. E’ ovvio che è un tentativo di truffa, non siamo capitati in un ufficio turistico ma in un’agenzia di viaggi gestita da gente disonesta che vorrebbe venderci pacchetti da viaggio a prezzi spropositati.

Per rendere la truffa più efficace ci hanno fatto parlare anche con un loro complice che ha recitato la parte del titolare della struttura dove dovremmo andare a dormire, ma non abbiamo abboccato.

Ci eravamo documentati prima di partire e sapevamo di questi raggiri molto frequenti in India, soprattutto a Delhi e Mumbai. Il problema è che non sappiamo come uscirne. 

L’agenzia è dislocata in periferia, in mezzo al nulla, e ogni volta che chiediamo di parlare col nostro autista perché ci accompagni in centro ci viene risposto che non è possibile. Il carattere di Sere ci toglie dagli impicci perché con polso fermo e la giusta dose di aggressività riesce a convincerli a farci uscire.

Gli mostra la pagina della guida “Lonely planet” in cui è descritta la truffa che stanno cercando di propinarci e questo li convince definitivamente a mollare la presa. Ora sanno che sappiamo, e che potremmo chiamare la  Polizia. Che non scherza in questo paese. 

Il nostro autista ci dice che non può continuare la corsa con noi, con aria mortificata ed un po’ impaurita ci dice che non c’è bisogno che lo paghiamo e ferma un motorisciò affinché ci porti a destinazione.

Non proprio la migliore delle  accoglienze

L’incubo sembra finito, l’accoglienza indiana non è stata delle migliori, subito accalappiati da un manipolo di furfanti che cercano di spennare ingenui turisti, tuttavia c’è ancora un ostacolo da superare in quanto l’autista del motorisciò non si rivela migliore del suo predecessore. “Il posto dove volete andare è troppo lontano” dice, “voglio cinquanta euro.”

Accortosi che non siamo disposti a pagare quella cifra esagerata ci lascia nel posto sbagliato. “Continuate lungo questa strada e in due minuti, a piedi, siete all’ostello” ci dice.

Il vicolo è buio e fatiscente, ai bordi delle strade ci sono dei barboni che dormono avvolti nelle loro coperte e i palazzi malmessi, in quell’atmosfera sinistra, appaiono minacciosi ed inquietanti.

Dopo qualche minuto ci rendiamo conto di essere da tutt’altra parte e siamo anche in pericolo. Siamo due stranieri in un quartiere di una metropoli sconosciuta, di notte, abitato da uomini disperati, affamati, forse ostili. Fortuna vuole che ad un tratto vediamo sbucare dal nulla un motorisciò. Prendiamo anche questo sperando che sia la volta buona.  

Fa anche freddo e tremo per gli spifferi d’aria uniti alla stanchezza e alla paura. Infine, alle sei del mattino, dopo ben tre ore di girovagare, giungiamo all’ostello, che è carino e confortevole, considerando gli standard indiani. Finalmente un letto caldo in cui dormire per qualche ora…   

 

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